Costellazioni di piante negli orti incolti del paese, come un firmamento capovolto. Pochissimi abitanti alla cura di questi scampoli di terra sparsi tra case dimesse in viuzze sempre più silenziose.
Foglie raccolte in rosette, mentre ancora i fiori sono solo una promessa. Foglie di forme e colorazioni diversissime, una varietà dai toni della semplicità che contrasta con l’opulenza invernale vegetativa di queste piante. Ortiche, cardi mariani, brassiche, ricacci di bietole, borragini! Orti nitrofili carichi di “forza vecchia”, del guano dei colombi e della decomposizione di piante compostate sul terreno. Ad un’impressione di abbandono subentrano pensieri di una vitalità interna ad un ecosistema poco interferito dalla coltivazione che tuttavia conserva le specie degli orti coltivati.
Questi spazi esprimono una poetica dell’incolto involontario come se stia per tornare il proprietario a riprendere il filo della coltivazione sospesa. Qui tutto sembra volgere verso equilibri nuovi e imprevedibili. Le osservazioni agrobotaniche si intrecciano con i sentimenti, le problematiche e le questioni dello spopolamento dei paesi dell’Italia interna.
Sguardi bassi sulla terra che forse suggeriscono silenti modalità di convivenza con dinamiche nuove che bisognerebbe avere la pazienza di comprendere. Luoghi e comunità (umane e vegetali) accomunati da una sorte comune che esige la reinvenzione di uno sguardo umile e aperto alle possibilità di una sensibilità nuova.
