Ho imparato col tempo a non dare per scontato il paesaggio vegetale che mi circonda. Certo anch’io ci devo mettere impegno attraverso un atto volontario di visione intenzionale, però man mano col tempo posso dire averne fatto un modo di guardare automatico, quasi connaturato e complementare ad un modo di vivere. Ho lavorato su quella cecità istintiva dell’animale, quali di base siamo, che la selezione naturale ha sottratto alle distrazioni di una sovrabbondante ed insignificante vegetazione! Si trattava certo di sopravvivenza, nella scelta binaria di mangiare o essere mangiati. Tuttavia, anche oggi che questi problemi non si pongono più, almeno nella maggior parte dei paesi cosiddetti civilizzati, gli uomini rimangono prevalentemente cechi e disattenti davanti alle vegetazioni, dove al massimo vengono considerate e ammirate quelle che la pubblicità turistica propone come meritevoli di essere viste e visitate.
Tutto il resto delle piante che ci circondano sono, perlopiù, comparse verdi dello sfondo del teatro della nostra esistenza. Della flora spontanea urbica, dei centri e delle periferie delle nostre città, poi neanche a parlarne! Un habitat semplicemente inopportuno da eliminare nel più breve tempo possibile, fonte di disdoro urbano e di inadempienza contrattuale delle ditte appaltanti i lavori di diserbamento.
Quanti signor Palomar in una città si soffermano a guardare questa giungla d’asfalto? Sarebbe invece un buon esercizio ludico e ansiolitico (per giunta gratuito!) seguirne la crescita e le evoluzioni, parentesi fenomeniche, nella frenesia delle tratte quotidiane.
Nella foto Rumex bucephalophorus L. subsp. bucephalophorus
