Quieti giardinetti di periferia – Leverano, ottobre 2026

Quieti giardinetti di periferia – Leverano, ottobre 2026

Girare per paesi e imbattersi in giardinetti urbani di periferia con pochi alberi, qualche arbusto e un praticello venuto fuori da sé dopo le prime piogge invernali. Semplici spazi organizzati con sapienza quasi innocente, oppure giardini involontari, più residuati dell’incultura tecnica che vere e proprie opere dell’ingegno. Luoghi riposanti che sono una tregua in mezzo alla battaglia degli impegni quotidiani che non lasciano più lo sguardo spensierato nella possibilità dell’incanto di stare al mondo.

Niente a che vedere con i progetti di spazi verdi troppo attrezzati e troppo cementificati, con piante usate più come arredo urbano che per una logica compositiva e scenografica capace di formare un paesaggio del giardino senza le ossessioni funzionalistiche contemporanee.

Un leccio, un pittosporo, due teucri, una fillirea, una seduta antivandalismo e quel tappeto di decine di tenere erbacee spuntate da poco, dato l’orario, nessun umano.

Queste fattezze semplici sono promesse di topofilia e ci aprono disinteressatamente al mondo.

Scendo dall’auto, mi metto sulla seduta e penso ad Andrea Zanzotto, quando scrive: «Qui non resta che cingersi intorno il paesaggio». Una visione del paesaggio come di qualcosa da mettersi addosso, perché certi luoghi diventano, più spesso di quanto pensiamo, e a volte imprevedibilmente, la misura del vuoto (da non colmare) della nostra vita.