Verde urbano senza giardinieri – Galatone, agosto 2026

Verde urbano senza giardinieri – Galatone, agosto 2026

Prima ancora di costruire il cosiddetto nuovo corso del verde urbano bisognerebbe occuparsi dei giardinieri.

Tra i tanti appelli a piantare alberi, anche molto prestigiosi provenienti dai più disparati campi della società civile, spesso evocati a cifre astronomiche, non si sente mai parlare dei protagonisti naturali di questa ipotizzata rivoluzione verde: i giardinieri!

Ma di quali giardinieri c’è vera necessità? Su ciò bisogna, prudenzialmente, intendersi.

Il vero giardiniere è innanzitutto un custode e un osservatore del vivant (il vivente) così come lo intende Gilles Clément, dove il giardino è l’insieme delle azioni di cura e il giardiniere è indispensabile perché è l’unico capace di dialogare con le dinamiche della vita vegetale.

Forse quella del verde urbano è la più evidente prova pratica di come non si possa fare davvero bene in campo ambientale senza una adeguata integrazione sociale.

Chi ha abbastanza anni ricorderà la fatidica svolta di fine ‘900 quando furono introdotti i primi modelli di gestione integrata e manutenzione noti come “global service”. Ci avviamo ai trenta anni dall’idea che l’esternalizzazione avrebbe dovuto comportare efficienza dei servizi urbani. È evidente invece che nel settore del verde ciò ha determinato il completamento di un processo di allontanamento e disaffezione dal nobile lavoro del giardiniere.

Quella dei giardinieri la potremmo definire un’arte biofila e sito-specifica che interviene sui vegetali attraverso saperi esperti e – soprattutto – contestuali. Sfido a trovare giardinieri delle attuali imprese del verde, strozzate tra i margini d’impresa, tempi di intervento e produttività, con questo tipo di orientamento professionale ed etico.

La maggior parte delle alberature subsecolari delle nostre città hanno origine dalle giardinierie comunali. Queste alberature, per quanto costituiscano attualmente gli ultimi veri contesti vegetali delle nostre città, sono spessissimo considerate, se non pericolose, almeno urbanisticamente irrazionali rispetto alle moderne realizzazioni e quindi, considerate il più delle volte, da sostituire.

Finché un “semplice” filare di lecci passerà inosservato se non si ammala, si schianta o viene minacciato di abbattimenti (con le diatribe ambientaliste che ne seguono), nulla cambierà davvero. In quanti quell’alberatura la osservano disinteressatamente e sarebbero disposti a scriverne, a dipingerla o solo a fotografarla?

Come è astratta la mente degli uomini così cieca e deprivata del rapporto con lo spazio circostante.