Sono tempi che ammutoliscono l’immaginazione. Tempi in cui i paesaggi ci giungono già pronti e atonici sugli schermi che ci trasciniamo dietro. Citando Bertold Brecht (1939): “che tempi sono questi, quando discorrere di alberi è quasi un delitto, perché comporta il silenzio su troppe stragi!”
Ho tardato perfino a formulare le poche righe che ogni mese mi prometto di scrivere pensando di dire qualcosa.
Tutto è velato ma non dalla vista, che tanto non vediamo più, ma da uno schermo interiore che ci offusca lo sguardo schiarendosi solo su ciò che è utile e di immediato uso e consumo.
È tutto un panorama di guerra, a prescindere dai conflitti.
Il sottinteso dei luoghi è soffocato da troppa realtà che non ci mostra più nulla di inatteso se non confini troppo definiti su cui non si può che sbattere il muso o scivolare a fianco; non riusciamo più a immaginare nulla che non sia prodotto dalle passioni tristi dei crescenti innumerabili “assassini d’anime” che assediano i luoghi.
Fermarsi davanti ad una famiglia di comunissimi pini d’Aleppo, cercare di comprenderli in uno sguardo di tenerezza, ammirarli per la loro discrezione priva di qualunque distinzione. Leggeri, riposanti e pacifici. Viene di restare e confondersi con loro.
