Il paesaggio potrebbe essere ormai considerato un prodotto (o un sottoprodotto) della tecnologia. Un bel paesaggio antropico è bello, ma non grazie a un magistrale progetto, né a una supervisione scientifica del lavoro, né a spese esornative. È bello perché gli uomini che lo hanno costruito vedevano le cose in un modo che li induceva spontaneamente a costruirlo nel modo giusto. Non separavano sé stessi dal lavoro in modo da farlo male. Questo pensiero derivato da Robert Pirsig (scrittore e filosofo, 1928 – 1917) lo trovo particolarmente utile a sostenere il “flusso di coscienza stradale” di pensieri troppo immaturi per essere organizzati logicamente in frasi di senso compiuto.
Cogliere pienamente paesaggi oggi vuol dire arrendersi alla parzialità del vedere, assumere una condizione di beatitudine, quella che non discrimina il presunto-bello dal supposto-brutto, non separa, non distingue, non distrugge cognitivamente la natura dalla cultura.
Occorre mitigare l’umore che i luoghi ingenerano attraversandoli. Bisogna credere, forse arrendersi, di più nelle apparenze! A questa visione romantica bisogna contrapporre la ragione soggiacente delle forme e della sostanza che costituiscono i luoghi. Operare bene, o perlomeno non interferire, nella realizzazione dei paesaggi vuol dire fondersi emotivamente con essi. Il cliente tarda ad arrivare e nell’attesa, aggirandomi nella campagna concentrazionale della periferia salentina, tra muraglie e telecamere, mi sovviene che la nostra inciviltà può essere ritenuta direttamente proporzionale all’altezza dei muri che separano la leziosità dei giardini dalla sciatteria del paesaggio circostante.
Le generazioni che ci hanno preceduti sono ormai come altre civiltà.
E sempre più mi sento in quella piccola compagnia di tutti quegli illusi che parlano al vento.
